Molte startup italiane ‘innovative’ non hanno un sito internet. E se ce l’hanno non funziona. E se funziona non si trova sui motori di ricerca…

Beata Italia dei paradossi, dove tutto si innova e digitalizza ma avere un sito internet resta un miraggio!
159-619×368

Premessa: siamo il Paese in cui la “start up” non è semplicemente un’impresa nella fase iniziale delle proprie attività, come in tutto il resto del mondo, bensì quella che è riconosciuta per legge. In nome delle agevolazioni, e della burocratizzazione, la start up in Italia deve infatti rispettare determinati parametri, che permettono l’iscrizione in un apposito registro.

Il quale registro, istituto nel 2012, attribuisce più o meno arbitrariamente all’azienda un patentino di innovatività, purché rispetti alcuni criteri, evidentemente elastici: infatti, se l’oggetto “prevalente” di attività dell’impresa deve essere l’ideazione o la commercializzazione di “prodotti o servizi innovativi ad altro valore tecnologico”, nessuno ha negato l’iscrizione – e i relativi vantaggi – anche a mestieri nobili ma tradizionali come le agenzie di viaggi o gli artigiani che producono carta, come si evince spulciando l’albo.

Si scopre ora però, grazie all’annuale Report sullo stato di digitalizzazione delle start up,  che tra le 9.705 imprese iscritte nel registro a novembre 2018 (oggi sono poco più di 10 mila) solo il 79% ha dichiarato di avere un sito Internet.

Sarebbe una stranezza sufficiente a far alzare qualche sopracciglio – l’avete mai vista un’azienda che commercializza o produce servizi innovativi senza uno spazio web? – se non fosse che c’è di peggio. E cioè che il 44% (poco meno della metà!) dichiara di averlo, ma non funziona: c’è, in teoria, ma a cliccarci sopra non si trova nulla di nulla. Pacco, doppio pacco e contropaccotto!

Anche tra le start up virtuose – cioè quelle dotate di pagina web funzionante – in poco meno del 30% dei casi (il 28,7%) il sito risulta essere ancora in costruzione. E nel 5% il dominio è in vendita. Ossia: a breve non ci sarà più la pagina. Per un ulteriore 14%, inoltre, il sito non si vede da cellulare, come se da anni qualsiasi consulente e statistica – o quantomeno l’esperienza individuale – non mostrasse anche ai duri di comprendonio che il traffico Internet si fa soprattutto con in mano il cellulare.

Non basta? Sembra che le startup italiane di strategia Seo (Search Engine Optimization cioè quelle attività volte a far trovare un sito web sui motori di ricerca, in pratica l’abc di Internet) non abbiano mai sentito parlare. Dichiara infatti Alessio Pisa, Ceo di Instilla, la società che ha presentato il report: “solo il 3% delle startup che hanno un sito base oggi è rintracciabile tramite i suoi prodotti e servizi sui motori di ricerca”.

Si potrebbe infierire oltre: il Report attribuisce criteri base – di indicizzazione, velocità di caricamento delle pagine e loro “leggibilità” – per definire “accettabile” il sito, e soltanto il 30,9% del totale li soddisfa. Una débâcle? Dipende da come guardate il bicchiere: l’anno scorso erano appena il 12%, ricordano gli estensori del rapporto. Un progresso c’è…

Sarà, e però, pensando al nuovo Fondo nazionale per l’innovazione, fortemente voluto dal vicepremier Luigi Di Maio e con una dotazione per quest’anno di 1 miliardo di euro, già un po’ viene la pelle d’oca. Con quali criteriquesta volta il Fondo deciderà a chi spettano aiuti e spinte alla crescita? E i siti internet delle aziende, gli emissari del governo, li proveranno almeno ad aprire?

Lascia un commento